Ipersensibilità dentale: cause e rimedi

Con l’arrivo della stagione estiva e del caldo, tutti noi desideriamo rinfrescarci con bevande e cibi freddi se non addirittura ghiacciati. Molti però nel gustare la propria bibita gelata, nel mordere il gelato o nell’addentare un frutto freddo, devono fare i conti con la fastidiosa e talora dolorosa ipersensibilità dentale. In quel momento iniziano a sorgere le preoccupazioni: sarà una carie? non dovrò mica devitalizzare un dente? Avrò la parodontite? Tutte domande lecite alle quali solo il vostro odontoiatra potrà rispondere dopo un’accurata visita. Le cause dell’ipersensibilità dentale possono essere molteplici e lo stimolo doloroso non è causato solo dal freddo.

L’ipersensibilità dentale è un disturbo molto comune dovuto all’esposizione della dentina, che è la struttura portante del dente, racchiude la polpa ed è fisiologicamente sensibile, perché attraversata da tubuli che contengono fibre nervose. La dentina normalmente è coperta dallo smalto e dalla gengiva, per cui non è a contatto con l’ambiente orale.

Numerosi fattori possono determinare un’esposizione della dentina all’ambiente orale e quindi provocare ipersensibilità. Generalmente la causa più comune è da attribuire a uno spazzolamento aggressivo o errato che conduce sia a un’abrasione dello strato di smalto che ricopre la dentina, sia a un’erosione e quindi a una recessione gengivale che comporta l’esposizione della porzione di dente non ricoperta dallo smalto. Un altro fattore può essere l’utilizzo di sostanze acide ed erosive che comportano la demineralizzazione dello strato di smalto con conseguente esposizione della dentina. Infine ci sono i fattori patologici quali gengivite e malattia parodontale che comportano degli stati transitori o cronici in cui la dentina si trova a non essere più ricoperta dallo smalto, oppure dalla gengiva a livello radicolare, e risponde con il dolore a stimoli di varia natura: termici, chimici, tattili od osmotici.

L’ipersensibilità dentinale si manifesta come una sensazione dolorifica non facilmente localizzabile in seguito allo stimolo termico o chimico percepito in maniera abnorme dalle fibre nervose presenti nei tubuli dentinali esposti o molto prossimi all’ambiente orale.

Ma cosa fare quando si soffre di ipersensibilità dentale?

La prima cosa da fare è quella di rivolgersi al proprio odontoiatra, l’unico in grado di fare una corretta diagnosi differenziale e individuare la causa dell’ipersensibilità.

Esiste una terapia per l’ipersensibiltà dentale?

Si i rimedi sono diversi a seconda della condizione riscontrata. Se la causa è determinata da un’abrasione dello smalto, la soluzione può consistere nel ripristino della struttura dentale mancante con i moderni materiali da otturazione, ossia i compositi. Viene così ripristinata la condizione di isolamento dei tubuli dentinali. Altre soluzioni consistono nell’utilizzo di sostanze anch’esse in grado di inserirsi nei tubuli dentinali e proteggere le terminazioni nervose dagli stimoli esterni. Queste in genere sono gel o soluzioni di floruro di sodio o floruro stannoso; nitrato di potassio; fosfato di calcio e idrossido di calcio. Una valida alternativa ai suddetti trattamenti chimici si è dimostrata essere la terapia laser.

Naturalmente è fondamentale anche la terapia domiciliare la quale prevede l’utilizzo di dentifrici e/o collutori specifici per denti sensibili a base di nitrato di potassio e fluoruro stannoso. Indispensabile poi praticare una corretta igiene orale, adottando una corretta tecnica di spazzolamento e di utilizzo del filo interdentale, per prevenire infiammazioni parodontali, che possono dare origine alla recessione gengivale; usare un dentifricio specifico per i denti sensibili; evitare di spazzolare con eccessivo vigore o con una tecnica inadeguata; usare uno spazzolino più morbido specifico per soggetti con denti sensibili; usare cautela nel consumo di alimenti acidi che possono comportare l’usura dello smalto dei denti, quali succhi di frutta, vino, aceto e bibite gasate.

Le medesime precauzioni sono necessarie altresì per una corretta e sana prevenzione, senza trascurare la visita dal proprio odontoiatra almeno ogni 6 mesi per il controllo periodico e intercettare precocemente eventuali problematiche.

Ortodonzia, è solo questione di estetica?

Avere i “denti dritti” è oggi una delle richieste più frequenti dei pazienti che si rivolgono al proprio dentista. In un’epoca segnata dalla presenza dei social e sui social, dall’importanza dell’estetica, dell’immagine che si da di sé nelle relazioni sociali e nell’abito lavorativo, l’avere un bel sorriso è sicuramente un valore aggiunto, una marcia in più. Ma è sbagliato porre tanto interesse e investire sulla bellezza del proprio sorriso? Assolutamente no! Nella maggioranza dei casi un bel sorriso, la cosiddetta dentatura perfetta è anche sinonimo di salute orale e non solo. E ciò che funziona bene spesso è anche bello da vedere. In altre parole, avere i “denti dritti” non è solo questione di estetica, ma anche e soprattutto una questione di salute orale ed equilibrio sistemico.

Cosa è l’ortodonzia?
È la branca dell’odontoiatria che studia la funzionalità masticatoria e quindi la disposizione dei denti e i rapporti tra mascella e mandibola. Studia e mira alla risoluzione degli squilibri a carico dell’occlusione dentale e della morfologia dei mascellari. Il fine ultimo è avere un apparato dento scheletrico armonico sia nei singoli elementi sia nella totalità delle sue strutture.

L’ortodonzia presuppone un costante controllo dei casi esaminati e una corretta educazione igienica e comportamentale fin dai primi anni di vita.

Il primo obiettivo è l’educazione e la prevenzione senza la quale non esiste prevenzione ortodontica. Il dentista educherà i genitori che poi trasmetteranno le conoscenze ai figli circa i principi di corretta igiene orale e sulle abitudini comportamentali da adottare o evitare per non incorrere in alterazioni della struttura dentale.

L’ortodonzia riguarda solo i bambini?
No, l’ortodonzia o meglio la correzione dei difetti di posizione dei denti può essere effettuata a qualsiasi età salvo la presenza di alcune controindicazioni.

Per quanto riguarda i bambini, la prima visita odontoiatrica va effettuata al terzo anno di vita quando tutti i denti decidui sono erotti. A questa età si possono notare già i piccoli difetti di posizione che non sono ancora definitivi in quanto sia la dentizione che la formazione delle ossa dei mascellari è ancora in atto, e sono quindi facili da correggere anche con la sola educazione comportamentale: evitare o limitare la suzione del dito o del ciuccio; assicurarsi che il bambino respiri correttamente dal naso; verificare che il bambino non stia con la lingua in posizione infradentale.

Dai tre anni in su si sorveglia il bambino assicurandosi che non vi siano interferenze nei maccanismi di crescita e nella salute orale e sistemica.

La prevenzione ortodontica non riguarda solo i denti ma interessa tutta la porzione inferiore del viso. Gli interventi ortodontici possono risolvere anche problemi relativi alla respirazione e la fonazione; problemi parodontali, elementi dentali corretti più difficilmente hanno problematiche parodontali; di natura estetica, tenendo conto che un apparato funzionale è sempre gradevole esteticamente.

Nel bambino le malocclusioni possono essere intercettate nei momenti di maggiore sviluppo e risolti con degli apparecchi funzionali e ortopedici che correggono le parafunzioni e ripristinano la giusta morfologia dento scheletrica.

Come detto l’ortodonzia non è solo una prerogativa dell’età infantile. Sono sempre di più gli adulti che decidono di dire basta agli inestetismi che spesso provocano disagio e influiscono non poco sulla sfera psicosociale. Nell’adulto, dato che le strutture scheletriche sono ormai formate si può sempre intervenire ma si andrà a modificare solo la posizione dei denti tramite un apparecchio ortodontico e un’adeguata contenzione. Sarà l’odontoiatria, una volta studiato il caso, a individuare la terapia più adatta e i tempi del trattamento.

Dottore, che dentifricio devo usare?

Dentifricio. Quale scegliere?

Dottore che dentifricio devo usare? Questa è la classica domanda che ogni dentista sente rivolgersi ogni qual volta il paziente manifesta una problematica parodontale o di sensibilità dentinale o ancora quando vorrebbe migliorare l’aspetto dei propri denti. La stessa domanda viene posta nel momento in cui siamo noi a fare un appunto circa l’igiene orale dei nostri pazienti.

Sul mercato ci sono centinaia di prodotti che promettono di risolvere qualsiasi tipo di problema. Spesso le dinamiche pubblicitarie se non ingannevoli possono risultare fuorvianti. Per cui è bene fare alcune doverose precisazioni.

La premessa fondamentale sta nel fatto che la rimozione della placca e dei residui alimentari può avvenire solo grazie a un’efficace azione meccanica effettuata con lo spazzolino manuale o elettrico e con l’ausilio del filo interdentale. A rigor di logica ci si potrebbe lavare i denti con il solo spazzolino, senza nessun dentifricio. Detto questo l’uso del dentifricio ha diverse azioni coadiuvanti.

In primis ormai quasi tutti i dentifrici contengono adeguate quantità di fluoro che favorisce la rimineralizzazione dello smalto e, quindi, hanno una comprovata azione carioprotettiva. In secondo luogo i dentifrici contengono principi tensioattivi che agevolano la rimozione dei residui (similmente alle sostanze tensioattive dei detergenti casalinghi); contengono sostanze che rinfrescano l’alito e che danno una sensazione di pulizia e freschezza molto piacevole che induce a utilizzare sempre più il prodotto, a tutto beneficio della salute orale.

Alcuni dentifrici hanno azioni specifiche. Per esempio i prodotti desensibilizzanti. Questi sono efficaci perché contengono sostanze in grado di sigillare i tubuli dentinali e diminuire la sensibilità. Il loro uso deve essere continuativo in quanto la saliva e la masticazione dilavano il prodotto.

Altri dentifrici contengono sostanze antibatteriche quali per esempio lo zinco, utili al mantenimento domiciliare delle problematiche parodontali, che tuttavia non può sostituire la terapia causale svolta dall’odontoiatra.

Un discorso un po’ più attento va fatto per i dentifrici smacchianti/sbiancanti. L’azione smacchiante dei dentifrici è per lo più svolta dal bicarbonato di sodio e da microgranuli ad azione abrasiva; questi prodotti devono essere usati con cautela, se usati in modo continuativo possono portare, quando accompagnati da uno spazzolamento eccessivamente vigoroso, a erosione dentale e abrasione delle gengive con conseguente compromissione estetica e funzionale. Lo smacchiamento deve essere svolto in maniera controllata dall’odontoiatra in studio. Piuttosto sarebbe bene evitare o ridurre l’uso di sostanze che macchiano i denti quali il fumo e il caffè.

Anche lo sbiancamento, che è ottenuto grazie a sostanze quali il perossido di idrogeno e di carbamide ad alti volumi, i quali sono altamente corrosivi, è bene sia svolto in studio in maniera professionale e una tantum. I prodotti da banco contengono percentuali minime di tali sostanze e quindi possono essere utilizzati in totale sicurezza, ma con risultati sicuramente inferiori rispetto allo sbiancamento professionale. Questi prodotti inoltre eliminano il biofilm naturale che si crea sulle superfici dei denti, causando una maggiore sensibilità dentinale, comunque passeggera. I dentifrici sbiancanti risultano utili, sempre se usati con oculatezza, in un percorso di mantenimento. Altri dentifrici sbiancanti offrono esclusivamente un effetto ottico. Si tratta di microcristalli che si depositano sullo smalto e rifrangono la luce in modo tale da farli apparire più bianchi. In definitiva per assicurare una buona igiene orale è possibile usare qualsiasi tipo di dentifricio, scegliendo quello più idoneo alle proprie problematiche o necessità. La scelta però deve essere consapevole e si deve essere informati circa i prodotti da acquistare.

Ottobre mese della prevenzione dentale

Ottobre è il mese della prevenzione dentale, organizzato in collaborazione con ANDI e Mentadent. Vieni a trovarci, ti offriamo un check up gratuito e ti daremo delle preziose istruzioni di igiene orale e informazioni per la prevenzione delle più comuni patologie del cavo orale.

Mal di testa? Il tuo dentista può aiutarti

Le cefalee, meglio note come mal di testa sono tra le patologie più diffuse al mondo, si stima che ne soffra il 6-8% della popolazione maschile e il 15-18% della popolazione femminile; e che il 50% della popolazione mondiale, almeno una volta nella vita, abbia sofferto di cefalea.

In molti casi basta un po’ di riposo e un analgesico o un antiinfiammatorio per risolvere il problema, altre volte la sintomatologia è così grave da essere debilitante e pregiudicare la qualità della vita.

Esistono diverse tipologie di cefalee. Una prima distinzione va fatta tra cefalee primarie, per le quali non è possibile individuare una causa specifica, e cefalee secondarie, ossia riconducibili ad altre patologie sottostanti, alcune delle quali anche moto gravi.

Tra le cefalee primarie rientrano quella muscolo tensiva, l’emicrania con senza aura, la cefalea a grappolo, la nevralgia del trigemino.

Le cefalee secondarie comprendono, tra le altre, la cefalea da sinusite e la cefalea da patologia dell’articolazione temporo mandibolare.

Quando gli episodi sono rari, di lieve entità e di breve durata, in genere si ricorre all’automedicazione con i farmaci antidolorifici e antiinfiammatori da banco. Ma se gli episodi sono più frequenti, di maggiore durata e i sintomi sono particolarmente gravi è importante consultare il proprio medico che, se necessario, vi indirizzerà verso uno specialista che prescriverà una terapia mirata e individualizzata.

Alcune tipologie di mal di testa possono essere correlate a disturbi di interesse odontoiatrico. Le parafunzioni come il bruxismo e il serramento oltre a compromettere l’integrità della dentatura, conducono spesso a un irrigidimento e affaticamento della muscolatura masticatoria, in particolare del muscolo temporale e massetere, e dei muscoli del collo come lo sternocleidomastoideo, e di conseguenza a una cefalea muscolo tensiva, con un senso di costrizione e pesantezza. In questi casi l’odontoiatra, dopo un’accurata visita, provvederà alla costruzione di un bite, atto a impedire il completo serramento della bocca e permettere il rilassamento della muscolatura. Oltre la costruzione del bite l’odontoiatra vi seguirà nell’esecuzione di alcuni semplici esercizi decontratturanti.

Alcune patologie dell’articolazione temporo mandibolare possono causare attacchi di cefalea. L’ATM è una complessa articolazione che permette alla mandibola di produrre i movimenti di apertura, chiusura, retrusione, protrusione e lateralità. I disturbi dell’ATM quali artrite, artrosi, ipermobilità, eventi traumatici, dislocazione del disco articolare, oltre ai dolori loco regionali, possono ripercuotersi a tutta la zona cervico craniale e causare mal di testa. Anche in questo caso è opportuna una corretta diagnosi, ricorrendo a indagini strumentali quali TAC e RMN. L’odontoiatra, e nel caso specifico lo gnatologo, procederanno a stabilire la miglior terapia funzionale e farmacologica per risolvere il problema. In questi casi è spesso fondamentale ricorrere a particolari bite o placche di riposizionamento che permettono di allontanare i capi articolari e rilassare la muscolatura.

Restauri protesici e conservativi possono cambiare drasticamente l’occlusione con un conseguente disequilibrio muscolare e dell’articolazione temporo mandibolare che a lungo andare può dar luogo a fastidiose cefalee muscolo tensive.

Infezioni di natura odontogena quali gli ascessi possono diffondersi nei tessuti e nelle ossa mascellari andando a coinvolgere altri distretti anatomici. Nell’arcata inferiore un ascesso può andare a comprimere il nervo alveolare inferiore, un ramo del nervo trigemino, andando a scatenare la tanto temuta nevralgia del trigemino, caratterizzata da improvvisi e lancinanti dolori simili a scariche elettriche localizzate a un lato del viso. Nell’arcata superiore, l’ascesso può arrivare a interessare i seni mascellari con l’insorgenza di una sinusite odontogena. La sinusite è una delle più frequenti cause di cefalea.

Una visita odontoiatrica, quando si hanno cefalee a prima vista inspiegabili, può essere utile a fare diagnosi differenziale, a confermare o escludere cause di interesse odontoiatrico ed, eventualmente, per essere indirizzati da uno specialista.

Il fumo in campo odontostomatologico

     Il fumo in campo odontostomatologico rappresenta una delle problematiche di maggior riscontro. Le “tracce” lasciate dal fumo nella cavità orale sono sicuramente le più evidenti e immediate. I quadri clinici osservabili in un paziente fumatore, relativamente al solo cavo orale, sono variabili; si va dalla semplice discolorazione dentale, all’alitosi, per proseguire verso situazioni cliniche di maggiore gravità come le lesioni precancerose e cancerose.

Ma quali sono nello specifico i danni causati dal fumo di sigaretta, sigaro, pipa, nel cavo orale? Innanzitutto bisogna spiegare che i prodotti della combustione del tabacco contengono centinaia di sostanze cancerogene, ossia di sostanze in grado interferire con i normali processi cellulari, di provocare un danno genetico che può sfociare in una produzione incontrollata di cellule anomale.

Anche il calore sviluppato dal fumo può contribuire ad amplificare il danno cellulare.

Tra i danni di maggior rilievo si evidenziano:

  • Alterazione del microbioma del cavo orale. Il cavo orale è habitat naturale di centinaia di specie batteriche. Alcune di queste sappiamo essere nocive in quanto responsabili di malattia parodontale e della formazione di carie. Ma per la maggior parte si tratta di batteri che svolgono una funzione utile e salutare nel nostro cavo orale. Bene, il fumo, si è visto, è in grado di ridurre drasticamente la quota di specie batteriche “buone” e incrementare quella di specie patogene, con un conseguente aumento dell’incidenza di malattia parodontale, carie, alitosi, malattie delle mucose.
  • Alterazione della struttura dei denti. Come detto il fumo causa sgradevoli e inestetiche macchie ai denti e tende a scurire le gengive che invece di essere rosee appaiono grigiastre o di un rosso scuro a causa di un’alterazione del microcircolo e scarsa ossigenazione. Inoltre aumenta il deposito di placca e tartaro, i denti diventano più ruvidi e porosi, lo smalto si indebolisce e diviene più suscettibile a carie e abrasioni. Si è anche riscontrato, nei pazienti fumatori, un aumento del bruxismo notturno, cioè del digrignamento dei denti, forse per effetto della nicotina a livello del sistema nervoso centrale; il bruxismo determina una considerevole e irreversibile abrasione dentale.
  • Inibizione dei processi di guarigione. Le sostanze tossiche presenti nel fumo e il calore sviluppato dalla combustione del tabacco, sono di ostacolo ai normali processi di guarigione. Ciò significa che un paziente fumatore che si sottopone a un intervento di chirurgia orale, come un’estrazione dentale, un intervento di chirurgia mucogengivale, o ancora a implantologia, avrà una guarigione della ferita chirurgica molto più lunga. La stessa ferita avrà maggiori possibilità di infettarsi prima dell’avvenuta guarigione e la guarigione finale potrebbe non portare a una completa restitutio ad integrum ma lasciare esiti cicatriziali inestetici. Per i pazienti sottoposti a intervento implantare la situazione è ancora più complicata. In questi, infatti, il rischio di fallimento implantare aumenta da 3 a 6 volte rispetto a un paziente non fumatore. Anche la vita a lungo termine dell’impianto può essere compromessa, con un riscontro di perimplantite fino a 5 volte superiore rispetto a un non fumatore. Addirittura negli USA il fumo è considerato una controindicazione assoluta all’intervento implantare, e anche in Italia le linee guida suggeriscono, sempre più spesso, di valutare con attenzione se mettere impianti in pazienti fumatori.

  • Malattie delle mucose. Il fumo è la prima causa di insorgenza di una specifica lesione orale detta leucoplachia che è rappresentata da una placca bianca che non può essere spiegata da altra condizione clinica o istopatologica. È una lesione precancerosa con potenzialità maligne molto elevata. Un’altra lesione riscontrabile è la candidosi orale, un’infezione funginea di solito osservabile nei bambini, negli anziani, nei diabetici e nei soggetti immunodepressi.

  • Il fumo è un’ulteriore causa in quanto riducendo il microcircolo sanguigno e l’ossigenenazione dei tessuti inibisce la circolazione delle cellule dell’immunità. Questo, aggiunto al già citato alterato microbioma, favorisce l’insorgenza della candidosi orale.

  • Tumore del cavo orale. È sicuramente l’evenienza più grave e temuta. Oltre l’80% dei carcinomi orali sono attribuibili al consumo di tabacco. Colpisce le labbra, lingua, gengiva, mucose geniene, orofaringe. Il contemporaneo uso di alcol moltiplica in maniera esponenziale il rischio.

Durante ogni visita odontoiatrica è importante, nella raccolta anamnestica, indicare se si è o meno fumatori, in modo che il clinico possa meglio valutare la presenza di anomalie nel cavo orale e intervenire tempestivamente.

Stringi i denti! Salute orale e performance sportiva

Il classico modo di dire quando siamo intenti in una performance sportiva, durante una gara, una partita o un allenamento intenso, è “stringi i denti!!”. Questa espressione non è per nulla casuale. Durante uno sforzo fisico, per sviluppare maggiore forza, potenza e coordinazione si tende a contrarre specifici gruppi muscolari e, tra questi, inevitabilmente anche i muscoli masticatori, e in particolare il massetere e il temporale, che stabilizzano la mandibola e aiutano a concentrare la forza a livello del cingolo scapolare e i muscoli cervicali, a stabilizzare la testa e dare coordinazione ed equilibrio.

I muscoli masticatori lavorano in sinergia tra loro sviluppando la stessa forza. I muscoli masticatori si contraggono e si rilassano anche grazie a input sensoriali che provengono dai denti quando vengono a contatto tra di loro. È facile immaginare che tale meccanismo funziona bene quando si hanno tutti i denti e quando questi sono sani.

La mancanza dei denti da un lato della bocca porta a uno squilibrio neuromuscolare che ha ripercussioni sulla corretta postura, sulla coordinazione e sulla potenza muscolare. Questo squilibrio è ancora più marcato in un atleta, il quale per portare al massimo la sua performance sportiva deve sfruttare al meglio ogni fibra muscolare.

Anche denti dolenti possono indurre a non masticare o stringere i denti dal lato interessato; i muscoli omolaterali lavoreranno di meno causando lo squilibrio.

Infine, una malposizione dei denti può costringere il soggetto a un’occlusione errata e, ancora una volta, provocare squilibri all’apparato stomatognatico e muscolare di tutto l’organismo.

Un atleta ha la necessità di respirare bene e senza difficoltà al fine di ossigenare al meglio il sangue e rendere di più. I soggetti con un palato ogivale e stretto tendono ad avere delle cavità nasali più strette e una respirazione prevalentemente orale; questo impedisce una corretta performance respiratoria.

Un soggetto in seconda classe scheletrica e cioè con la mandibola retrusa, mento piccolo e sfuggente, avrà uno spazio aereo posteriore, cioè lo spazio in cui l’aria dalle vie aeree esterne si immette in quelle interne, ristretto, con una minore quantità d’aria che raggiunge i polmoni. Solitamente queste problematiche si intercettano e si risolvono in età pediatrica, con dispositivi ortopedici funzionali e ortodontici.

Ovviamente un atleta ha bisogno di nutrirsi al meglio. Oltre una sana alimentazione con la giusta proporzione di carboidrati, grassi e proteine, è importante che il cibo venga masticato adeguatamente. In bocca avviene la prima fase della digestione grazie alla triturazione del cibo e all’azione degli enzimi salivari. Ancora una volta la mancanza di denti o denti dolenti e problematiche ortodontiche possono compromettere la corretta masticazione.

Sempre relativamente all’alimentazione, gli atleti sono spesso portati a consumare bevande energetiche ad alto contenuto di zuccheri e altri integratori ricchi di carboidrati, ne consegue che il tasso di incidenza di carie e malattia parodontale tra gli atleti è piuttosto alto.

Infine un atleta è un soggetto a rischio per i traumi dentali. Soprattutto negli sport in cui è previsto il contatto fisico e quelli in cui gli scontri fortuiti sono molto frequenti, come nel calcio o nel basket, il tasso di traumi dentali, e in particolare dei settori anteriori, è molto alto, specie se è presente un over-jet maggiore di 3mm.

Un dispositivo molto utile al fine di evitare traumatismi è il paradenti in materiale siliconico morbido. Purtroppo l’utilizzo di questo presidio è ancora poco diffuso. Ne esistono di due tipologie, quello del commercio, standard, in vendita presso farmacie e negozi di articoli sportivi; e quello personalizzato, realizzato su misura dall’odontoiatra, più comodo e più performante in quanto asseconda l’assetto neuro muscolare e occlusale del soggetto.

Come si può osservare sono molti gli aspetti da prendere in considerazione. Il rapporto tra salute orale e performance sportiva non è da sottovalutare, tutt’altro. Per uno sportivo la salute orale è doppiamente importante. È bene sottoporsi a controlli periodici dall’odontoiatra per intercettare e risolvere possibili problematiche, per prevenire squilibri neuromuscolari e traumi dentali e per assicurarsi la migliore igiene e salute orale.

Carie dentale: una patologia multifattoriale

Quando ci si chiede quale sia la malattia più diffusa al mondo, non molti si potrebbero immaginare che sia la carie. La carie non solo è la patologia orale di maggiore riscontro a livello odontoiatrico, ma è anche la malattia che ha la maggior incidenza e prevalenza al mondo. Si stima che circa il 90% della popolazione mondiale sia stata, almeno una volta, colpita dalla carie, senza esclusione di età, sesso, razza o estrazione sociale. Va da sè che le fasce di popolazione più disagiate ne sono maggiormente colpite per diversi motivi socioculturali.

Dai dati, però, emerge che la carie non risparmia nessuno, a meno che non si adotti un efficace modello di prevenzione che deve essere basata su interventi multidisciplinari, non solo di natura medica, ma anche di natura socioculturale.

Ma cosa è la carie? Secondo la definizione dell’OMS, è una patologia multifattoriale a carattere infettivo determinata da uno squilibrio dell’ecosistema orale e sostenuta da specie batteriche cariogene e in particolare da Streptococchi del gruppo Mutans e Lactobacilli.

La presenza, o meglio, la prevalenza di queste specie batteriche nella cavità orale è la premessa fondamentale per l’insorgenza della carie e precede il segno clinico della malattia.

Tali specie batteriche trovano nutrimento nei carboidrati fermentabili immessi con la dieta e producono cataboliti acidi in grado di demineralizzare lo smalto e la dentina dei denti, formando delle cavità sempre più grandi che rappresentano l’habitat ideale per i batteri, favorendone la moltiplicazione e peggiorando il processo infettivo e cariogeno.

Molti pazienti che si recano dal dentista per la presenza di processi cariosi più o meno destruenti e talora anche molto dolorosi, pensano che una volta che l’odontoiatra elimina il tessuto danneggiato e ottura il dente il problema sia risolto definitivamente; ma non è così!!

È bene ricordare che la carie, il cosiddetto “buco nel dente” non è altro che la fase finale, il segno clinico, di un processo infettivo che riguarda tutto il cavo orale. Eliminare la carie non significa eliminare lo Streptococco Mutans e il Lactobacillo presenti nella mucosa orale, sulla lingua e nella saliva di tutto il cavo orale. Per eliminarli si deve decontaminare il cavo orale e per fare ciò si devono ridurre al massimo i fattori di rischio.

Quali sono questi fattori di rischio?

Scarsa igiene orale à tutte le specie batteriche, e quindi anche le specie cariogene, si organizzano in un biofilm dove trovano nutrimento, protezione, e possibilità di scambiarsi informazioni genetiche che li rendono sempre più forti. Questo biofilm non è altro che la placca. Nella placca vi sono quindi miliardi e miliardi di specie batteriche, residui di cibo, frammenti cellulari, saliva, etc.
È in definitiva un serbatoio di microbi e materiale in decomposizione. Chiunque dovesse trovarsi un po’ di questo materiale nelle mani, correrebbe senza dubbio a lavarsele! Perché allora tenercelo tra i denti e in tutta la bocca?

L’unico modo per eliminare la placca e tutto ciò che contiene è avere un’ottima igiene orale e, quindi: lavarsi i denti almeno 2-3 volte al giorno per almeno 3 minuti assicurandosi di raggiungere tutte le superfici, usare un buono spazzolino manovrandolo correttamente, usare un dentifricio al fluoro che contribuisce alla detersione delle superfici dentarie e orali e alla rimineralizzazione dello smalto, adoperare il filo interdentale o lo scovolino per eliminare la placca interdentale.

Senza queste manovre quotidiane la placca continuerà a depositarsi sui denti e sulle gengive, diventando sempre più tenace e aumentando la sua patogenicità. Inoltre la placca non debitamente rimossa, a contatto con il carbonato di calcio presente nella saliva, si trasformerà in tartaro che altro non è che placca calcificata al cui interno continuano a proliferare le specie batteriche cariogene. Il tartaro non può essere rimosso con le normali manovre di igiene domiciliare, ma occorre una detartrasi professionale da eseguire in studio.

Dieta à una dieta ricca di carboidrati semplici è anche la dieta preferita per le specie cariogene. Il metabolismo di questi zuccheri, operato dai batteri, produce sostanze acide che demineralizzano i tessuti dentari. Si devono bandire gli zuccheri? Premesso che un abuso di zuccheri o carboidrati semplici, e comunque, una dieta non equilibrata è alla base di molte delle malattie che colpiscono la popolazione mondiale contemporanea (obesità, diabete, malattie cardiocircolatorie); per quanto riguarda la patologia cariosa non è tanto la quantità di zuccheri ocarboidrati assunti, quanto la frequenza. Se si immettono frequentemente nel cavo orale alimenti e bevande ricchi di zuccheri il pH del cavo orale sarà per la maggior parte del tempo acido, sotto la soglia di rischio di 5.5 e il processo di demineralizzazione sarà più lungo e duraturo del processo di rimineralizzazione, possibile quando il pH è maggiore di 5.5. Il sistema tampone della saliva in tal modo non avrà il tempo materiale di riequilibrare il pH del cavo orale che arriverà un altro picco di zuccheri e quindi di cataboliti acidi.

Tuttavia esistono anche zuccheri che hanno proprietà anticariogene e sono quindi protettivi per i tessuti duri dentali, come lo xilitolo, ormai presente in tutti i chewing-gum; l’eritrolo, un dolcificante che si trova in molti preparati alimentari in luogo del saccarosio; e la stevia rebaudiana, anche questa sempre più presente in diverse bevande e alimenti.

Ospite à le condizioni anatomiche, funzionali, sistemiche dell’individuo possono rappresentare un fattore di rischio per l’insorgenza delle carie. Una compromissione della funzionalità ghiandolare può condurre ad avere una saliva quantitativamente e qualitativamente scadente e quindi povera dei fattori protettivi della saliva (detersione, lubrificazione, azione tampone, azione rimineralizzante, azione enzimatica, etc).
Un’anatomia sfavorevole o un malposizionamento dei denti può rendere molto difficoltosa l’igiene orale domiciliare, in questi casi si deve provvedere, tramite interventi ortodontici e/o chirurgici, a ripristinare un’anatomia favorevole, e a ricorrere a frequenti sedute di igiene professionale e a una più attenta prevenzione.

Soggetti disabili possono avere oggettiva difficoltà a provvedere da soli a una corretta igiene domiciliare.

Diverse malattie sistemiche, nonché svariate terapie farmacologiche possono contribuire a creare un ambiente favorevole a una flora batterica cariogena. Anche in questi casi è quindi necessaria una costante profilassi e controlli serrati da parte dell’odontoiatra.

Infine, una errata, o addirittura la totale mancanza di educazione all’igiene orale, sia per motivi socioculturali, sia per motivi economici, o semplicemente per noia, può condurre un paziente a ignorare le più elementari regole per una corretta prevenzione o cura delle problematiche dentali con ovvie e spesso evidenti conseguenze.

Prevenzione è la parola magica. Porre attenzione ed evitare i maggiori fattori di rischio è il primo passo per aver cura della propria bocca. La prevenzione ha sicuramente un impatto clinico ed economico molto più vantaggioso rispetto a trattamenti tardivi e invasivi.

Abituali visite di controllo, sfruttando magari i mesi della prevenzione o gli open day, cui sempre più professionisti aderiscono, è il miglior modo per prendersi cura della propria bocca, del proprio sorriso e della propria salute.