Gestione odontoiatrica del paziente con patologie cardiovascolari

Gli interventi odontoiatrici, siano essi di routine come una semplice ablazione o un’estrazione dentale, o viceversa, più complessi come una grande riabilitazione implantare o un intervento di rigenerazione ossea o parodontale, possono essere controindicati in quei pazienti affetti da particolari patologie cardiovascolari, per il possibile sviluppo di complicanze anche gravi.

patologie cardiovascolariLe complicanze più comuni sono rappresentate dalle infezioni e in particolare dalle endocarditi batteriche, dagli stati ipertensivi e dalle emorragie. Tuttavia queste complicanze possono essere efficacemente evitate adottando precisi protocolli profilattici e con una adeguata gestione intra e post operatoria.

La conoscenza dei sistemi di prevenzione è importante sia per il clinico ma anche per i pazienti, i quali, spesso, per il timore di incorrere in gravi complicanze rinunciano all’intervento odontoiatrico anche qualora questo si rendesse urgente e necessario per la cura e il benessere sistemico e del cavo orale.

In letteratura sono riportate precise e affidabilissime linee guida relative alla gestione dei pazienti affetti da patologie cardiovascolari e che riguardano in particolare:

  • La prevenzione dell’endocardite batterica
  • L’utilizzo della terapia antibiotica
  • Il controllo del rischio emorragico
  • L’anestesia locale

Per endocardite batterica si intende l’infezione dell’endocardio sostenuta da Streptococchi e Stafilococchi, batteri normalmente presenti nella cute e inevitabilmente nel cavo orale. Qualsiasi procedura chirurgica, a ragion di logica, potrebbe portare a una contaminazione dei visceri e, dunque, anche del cuore; tuttavia questa evenienza, nei pazienti sani, non accade o comunque il rischio non è statisticamente rilevante.

Di norma, quindi, non è prevista alcuna profilassi antibiotica per la prevenzione dell’endocardite batterica. Anzi un uso improprio e sconsiderato di antibiotici può portare alla comparsa di specie batteriche resistenti con seri rischi per la salute.

Il rischio di endocardite batterica esiste, invece, per specifiche sottopopolazioni di pazienti. Per questi la profilassi antibiotica e fortemente raccomandata. Le ultime linee guida in materia, stilate dall’American Hearth Association e dall’American College of Cardiology, indicano che la profilassi va somministrata a soggetti:

  • Con precedenti episodi di endocardite
  • Con protesi valvolare
  • Sottoposti a trapianto cardiaco e con valvulopatia
  • Con malattia cardiaca congenita non trattata

La profilassi consiste nella somministrazione di antibiotici 2 ore prima dell’intervento e di somministrazioni successive solo nel caso i tempi dell’intervento superino di 2-3 volte l’emivita dell’antibiotico.

La contaminazione batterica dei tessuti profondi per via orale, nei pazienti a rischio, può verificarsi non soltanto durante le manovre invasive, ma anche durante le normali manovre di igiene orali, come lo spazzolamento dei denti o il passaggio del filo interdentale. Queste manovre possono infatti determinare una pervietà anche piccola con il torrente circolatorio e quindi un portale d’ingresso per i batteri.

La soluzione ovviamente non è rinunciare all’igiene orale, anche profonda e accurata, tutt’altro. Abbattere quanto più possibile la carica batterica del cavo orale e avere sempre un’ottima igiene orale è la miglior profilassi possibile.

Inoltre, prima di qualsiasi intervento odontoiatrico, sia esso un’ablazione del tartaro o un sondaggio parodontale, un ulteriore strumento profilattico è l’utilizzo di clorexidina al 0.12 o 0.2%.

Altra annosa questione è la gestione anestesiologica del paziente iperteso. Utilizzare o meno anestetico con vasocostrittore, ossia con adrenalina? Premesso che una buona anestesia loco regionale non dovrebbe coinvolgere i grossi vasi, e, quindi, non dovrebbe determinare alcuno scompenso ipertensivo, è comunque possibile che una piccola quantità di anestetico entri nel torrente circolatorio determinando una spiacevole vasocostrizione sistemica. Per ovviare al problema si potrebbe scegliere di somministrare un anestetico senza vasocostrittore, tuttavia l’adrenalina aumenta la durata, la profondità dell’anestesia e riduce il sanguinamento, migliorando la visibilità del campo operatorio. Un’anestesia poco efficace causa dolore e stress al paziente con il conseguente rilascio di catecolamine endogene che causano rialzi pressori ben più elevati e pericolosi rispetto a quelli potenzialmente causati dall’anestetico che accidentalmente può entrare in circolo. Una buona prassi può essere, invece, quella di somministrare un anestetico con una percentuale inferiore di vasocostrittore.

Ulteriore categoria di pazienti in cui l’intervento odontoiatrico deve essere puntualmente programmato è quella di chi assume terapie antiaggreganti e anticoagulanti. Mentre per gli interventi di chirurgia maggiore è previsto un percorso di modificazione terapeutica al fine di ottenere valori di INR idonei per assicurare il più bassi rischio tromboembolico o, viceversa, emorragico, nelle procedure odontoiatriche le linee guida suggeriscono di non sospendere la terapia anticoagulante orale (TAO) se il valore di INR, registrato il giorno stesso o il giorno prima, è tra 2 e 3, o salvo diverse disposizioni dell’ematologo o del medico di medicina generale. Queste indicazioni valgono sia per gli anticoagulanti tradizionali, come warfarin e cumadin, sia per i nuovi anticoagulanti orali quali rivaroxaban, apixaban e dabigatran. Per quanto riguarda la terapia antiaggregante (la classica cardioaspirina), anche in questo caso l’indicazione è di non sospenderla ma, semmai, di assumere la dose giornaliera qualche ora dopo l’intervento.

L’odontoiatra, d’altro canto, avrà la premura di adottare tutte le misure e i presidi di emostasi locale.

In definitiva, il paziente con patologie cardio circolatorie non ha motivo di temere le conseguenze e le complicazioni di qualsiasi intervento odontoiatrico in quanto esistono protocolli collaudati che assicurano un trattamento in piena sicurezza e di successo.

Correlazione tra diabete e patologie orali

Il diabete è una delle malattie croniche più diffuse al mondo. Secondo i dati dell’OMS, nel 2014, la malattia interessava oltre 400 milioni di individui, con un’incidenza e prevalenza in costante aumento a causa delle sempre più scorrette abitudini alimentari e quindi della crescente obesità, e della scarsa attività fisica.

Il diabete è una patologia non solo di interesse endocrinologico, ma, dati i suoi risvolti sistemici, è una malattia multidisciplinare. I pazienti affetti da diabete conoscono bene alcune delle complicanze associate alla malattia. Oggi il diabete è, per esempio, la prima causa di cecità; il paziente diabetico è a maggior rischio di insufficienza renale cronica e malattie cardiovascolari. Il numero di soggetti cui si rende necessaria l’amputazione delle estremità inferiori si fa sempre più alto.

Tuttavia non tutti sono a conoscenza delle complicanze odontoiatriche della malattia. È stata ormai comprovata l’associazione tra il diabete e malattia parodontale cronica e gengivite. Inoltre, nel paziente diabetico i processi di guarigione sono più lenti e il rischio di infezioni è maggiore.

Tra le tipologie di diabete i più diffusi sono il diabete di tipo 1, definito in passato diabete giovanile, e il diabete di tipo 2 o mellito. Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune in cui si assiste all’incontrollata produzione di autoanticorpi diretti contro le cellule β presenti nelle isole di Langerhans, nel pancreas, che rappresentano il centro nevralgico della produzione di insulina. Questo processo autoimmune determina l’assenza parziale o totale dell’insulina e quindi l’insorgenza del diabete. Il picco di insorgenza della malattia si verifica tra i 30 e 40 anni con esordio rapido.

Il diabete di tipo 2 ha, invece, un’origine, come ricordato in precedenza, multifattoriale. Oltre i fattori genetici, concorrono, all’insorgenza della malattia, uno stile di vita poco incline all’attività fisica e un’alimentazione scorretta. Nel diabete di tipo 2 si assiste a una riduzione della funzione delle cellule β e a una progressiva insulino-resistenza da parte dei muscoli scheletrici, del fegato, dei reni, del tessuto adiposo, etc.

Tra i sintomi iniziali della malattia vi sono: la sensazione di sete continua, aumento della quantità di urina, perdita di peso, calo della vista, malattia parodontale.

La malattia si evolve gradualmente e i danni ai vari organi e apparati si aggravano nel tempo soprattutto se l’iperglicemia non viene compensata da farmaci e dall’assunzione di stili di vita e alimentari più corretti.

Dal punto di vista odontostomatologico il diabete ha diverse ripercussioni sulla salute del cavo orale. La prima complicanza si ha a carico del parodonto. Molti studi hanno evidenziato la correlazione bilaterale tra l’insorgenza e la gravità della malattia parodontale con la sindrome diabetica che funge da cofattore. Viceversa la malattia parodontale determina un’instabilità glicemica e un maggior fabbisogno insulinico che esita in un aggravamento della sindrome diabetica. In buona sostanza il diabete determina l’insorgenza della parodontite e la parodontite favorisce l’insorgenza del diabete.

Inoltre il paziente diabetico è sovente affetto da xerostomia, cioè secchezza della bocca, bruciori della lingua, alitosi, carie, stomatiti, candidosi.

Le alterazioni odontostomatologiche sono causate da diversi meccanismi degenerativi:

Microangiopatia à il diabete altera la permeabilità dei piccoli vasi sanguigni con conseguenze negative a carico della circolazione periferica
Deficit immunitari à il diabete altera i meccanismi di difesa dell’organismo e, soprattutto, dell’attività di neutrofili e fagociti. Ne consegue che l’organismo e in particolare il cavo orale è più soggetto all’attacco di microrganismi, specie di batteri responsabili della carie e della parondopatia
Alterazioni ematologiche à il diabete causa alterazioni strutturali dei globuli rossi che esita in una loro minore deformabilità e iperaggregazione, tutto ciò aumenta il rischio di ischemie e trombosi che, a livello orale, facilita l’insorgenza della malattia parodontale
Alterazioni connettivali à il diabete causa alterazioni nella produzione del collageno, dei fattori di crescita, della matrice ossea. In definitiva i malati di diabete hanno dei processi riparativi e di guarigione più lenti e difficoltosi.
Neuropatia à il diabete determina neuropatia periferica che è causa di dolori, disestesie o iperestesie, iposcialia, perdita di destrezza manuale. Questi fattori fanno sì che il paziente sia portato a trascurare o limitare l’igiene orale con ripercussioni catastrofiche per la salute orale.
Alterazioni composizione salivare à il diabete determina un’alterazione della composizione salivare e ne muta il pH. Questo determina una saliva più “pastosa” e acida che ha un minore potere detergente e minore potere tampone a tutto vantaggio delle popolazioni batteriche patogene.
Tra le altre patologie riscontrabili con maggior frequenza nei pazienti diabetici si evidenziano: la candida, con una frequenza cinque volte maggiore rispetto a un paziente sano; la lingua a carta geografica, una lesione benigna della lingua caratterizzata da una zona eritematosa circondata da un cercine biancastro; il fibroma irritativo; l’ulcera traumatica; la gengivite iperplastica; il lichen planus, spesso presente nei soggetti diabetici e dovuto, a quanto pare, a un difetto immunologico comune a entrambe le affezioni.

I programmi di prevenzione odontoiatrica valevoli per tutti i pazienti, assumono una rilevanza ancora maggiore nei pazienti diabetici nei quali le problematiche odontostomatologiche sono più difficili da eradicare e possono avere ripercussioni sistemiche più gravi rispetto al paziente sano. Gli interventi che l’odontoiatra propone non sono poi tanto diversi, rispetto a tutti gli altri pazienti, ciò che cambia è l’assiduità, l’incisività dei trattamenti e un’attenta programmazione.

Una complicanza, che spesso rappresenta lo spauracchio dei clinici, è la possibile tendenza emorragica dei pazienti diabetici in seguito a interventi odontoiatrici quali le estrazioni dentarie. Premesso che in genere si tratta di emorragie controllabili con i comuni presidi emostatici, è comunque bene trattare il paziente di primo mattino e dopo una sufficiente colazione e dopo la somministrazione della dose normale di insulina.

Viceversa, se ci si trova dinanzi un paziente che necessita di interventi più indaginosi e che ha una situazione diabetologica complessa, allora è bene trattare il paziente in strutture ospedaliere o comunque in presenza anche del diabetologo, in maniera tale che il paziente sia controllato. L’evenienza più grave da evitare è uno scompenso ipoglicemico dovuto allo stress, o a un o scarso apporto calorico.

In definitiva il decalogo del paziente diabetico può essere il seguente:

  • Il diabete non rappresenta una controindicazione all’intervento odontoiatrico
  • È importante effettuare un’attenta anamnesi circa la situazione diabetologica, lo stato compensatorio e le terapie concomitanti, quali l’assunzione di anticoagulanti, antiaggreganti, antiipertensivi, ipolipidemizzanti
  • Controllare il valore dell’emoglobina glicata
  • Programmare il momento dell’intervento odontoiatrico e consultare il proprio diabetologo per valutare un’eventuale variazione della terapia
  • Effettuare profilassi antibiotica prima dell’intervento
  • L’odontoiatra deve valutare l’utilizzo di anestetico senza o con minori percentuali di vasocostrittore
  • L’odontoiatra deve informare il paziente diabetico del maggior rischio di malattia parodontale, il rapporto binario tra le due patologie e le complicanze locali e sistemiche
  • Il paziente deve sempre informare il proprio odontoiatra della propria situazione diabetologica e l’odontoiatra provvederà a registrare l’informazione in cartella e verificherà la situazione parodontale tramite PSR
  • In caso di parodontite l’odontoiatra deve proporre il programma terapeutico più opportuno ed eseguire un costante follow-up
  • Nel caso in cui sia presente una grave edentulia, tale impedire la corretta masticazione, l’odontoiatra deve informare il paziente circa l’importanza che essa assume per una buona e sana alimentazione e proporre le soluzioni più adeguate
  • Infine è bene ricordare che molti pazienti, soprattutto agli stadi iniziali, non sanno di avere il diabete, vuoi perché i sintomi non sono ancora eclatanti, vuoi perché non riescono a riconoscerli come patologici. In questi casi la prima visita odontoiatrica può avere importanza cruciale in una diagnosi precoce.

La presenza di malattia parodontale, ipermobilità, perdita della funzione masticatoria, recessioni gengivali, ipersensibilità al freddo, accompagnati da altri sintomi sistemici, possono far protendere verso una precoce diagnosi di diabete. L’odontoiatra in questi casi deve approfondire l’anamnesi e riferire il paziente verso il proprio medico di base che a sua volta lo indirizzerà al diabetologo per i necessari approfondimenti.

Odontoiatria e disturbi del sonno

I disturbi del sonno rappresentano un problema sempre più pregnante nella nostra società moderna, scandita da ritmi frenetici, abitudini scorrette e da scarse possibilità di riposo e sano relax.

Tra questi, uno dei più diffusi è la Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno (OSAS). La sindrome è conosciuta da molto tempo e inizialmente era stata inquadrata nella sola sfera neurologica. Oggi invece si ritiene che il quadro patogenetico e clinico possa rientrare nell’interesse di numerose specialità mediche tra cui cardiologia, endocrinologia, urologia, otorinolaringoiatria e da qualche anno anche nell’ambito dell’odontoiatria.

Le OSAS interessano il 4-5% della popolazione e sono caratterizzate da un’ostruzione intermittente delle vie aeree superiori parziale o completa, che altera la normale ventilazione durante il sonno e di conseguenza la normale architettura del sonno. Il segno principale delle OSAS è dato dal russamento che interessa circa il 30% della popolazione sotto i 60 anni e il 60% degli over 60 maschi e il 40% delle femmine. Nei casi più esasperati si verifica l’interruzione o la riduzione del flusso respiratorio per più di 10 secondi, cui segue un brusco atto respiratorio (fame d’aria) spesso accompagnato da un brusco risveglio e sensazione di angoscia. Il ritmo del sonno viene così disturbato con effetti deleteri della vita lavorativa e di relazione. Chi soffre di disturbi del sonno accusa spesso deficit dell’attenzione, eccessiva sonnolenza diurna o, viceversa, iperattività, scarso rendimento scolastico o lavorativo. La Sindrome delle Apnee Ostruttive nel Sonno hanno talora ripercussioni sistemiche, in particolare a carico del sistema endocrino:

  • Deficit GH (ormone della crescita)
  • Acromegalia (crescita abnorme della estremità degli arti)
  • Sindrome metabolica
  • Diabete
  • Obesità
  • Iposurrenalismo
  • Ipotiroidismo
  • Disfunzione erettile

Anche il sistema cardiocircolatorio può andare in tilt in seguito a OSAS:

  • Ipertensione
  • Ipertrofia ventricolare sinistra
  • Aritmie
  • Scompenso cardiaco
  • Fibrillazione atriale

Tra le cause possiamo distinguere i disturbi neurologici a carico del sistema nervoso centrale, e i disturbi meccanici rappresentati dall’obesità e da dismorfosi craniofacciale; mentre fattori predisponenti sono un’anamnesi famigliare positiva, il tabagismo e il consumo di alcol.

Il gold standard per la diagnosi dei disturbi respiratori del sonno è rappresentato dalla polisonnografia (PSG). Questo esame permette di differenziare tra i vari disturbi del sonno e serve da follow-up per la verifica dell’efficacia del trattamento scelto.

I trattamenti oggi proposti sono numerosi e, tra questi, dalla fine degli anni 80, sono entrati di diritto anche diversi device intraorali. Il trattamento di prima scelta nella terapia dell’OSAS è il CPAP che consiste in un dispositivo che agendo come una pompa pneumatica insuffla aria in maniera continua prevenendo il collasso delle vie respiratorie. In età pediatrica il trattamento di prima scelta è la adenotonsillectomia, salvo i casi in cui il trattamento è controindicato o si reputa non risolutivo. In alternativa si propongono terapie farmacologiche o, appunto, i device intraorali.

Il CPAP, nonostante sia il trattamento di prima scelta nell’adulto, ha il grosso difetto di avere una scarsa compliance; si tratta di un macchinario con una maschera nasale che deve essere indossata e portata tutte le notti. In alternativa e nei casi più complessi è possibile anche sottoporsi a un intervento chirurgico risolutivo che comporta l’allargamento del PAS (spazio aereo posteriore). L’intervento storicamente di maggior successo è l’uvulopalatofaringoplastica, tuttavia la moderna chirurgia sta virando verso un intervento di Chirurgia di Espansione Laterale.

Anche l’odontoiatria è interessata alla problematica. Le dismorfosi cranio facciali possono creare una situazione sfavorevole alla corretta respirazione. La retrusione mandibolare, cioè le seconde classi scheletriche determinano un restringimento del PAS, lo spazio aereo posteriore. Nei casi lievi o moderati i device intraorali come gli apparecchi funzionali e ortopedici quali Herbst e riposizionatori possono contribuire a risolvere, oltre i problemi ortodontici e occlusali, anche quelli respiratori.

Nei casi più gravi si può, infine, intervenire con la chirurgia maxillo facciale. Tale intervento prevede l’avanzamento delle ossa mascellari e mandibolari e il ripristino della pervietà delle vie aeree.

Il punto di forza dei device intraorali od occlusali è rappresentato dal carattere conservativo, minimamente invasivo e completamente reversibile del trattamento. Il loro utilizzo è complementare e compatibile con qualunque altro trattamento medico. Non si riscontrano rischi biologici e offrono una maggior compliance del paziente rispetto alle altre terapie proponibili.

Gli specialisti affermano, confortati da un’ormai ricca letteratura, che il trattamento delle OSAS per via occlusale è destinato a crescere.

Denti sensibili, cause e soluzioni

Tra le problematiche più frequenti nei pazienti, siano essi giovani o più in là con gli anni, la sensibilità dentale occupa sicuramente i primi posti della classifica. La causa è quasi sempre l’esposizione di una parte della radice del dente.

È bene fare una veloce panoramica sull’anatomia dentale. Il dente è formato da corona e radice. La parte denominata corona è ricoperta dallo smalto dentale, una sostanza dura, resistente e mineralizzata costituita da idrossiapatite e priva di qualsivoglia terminazione nervosa, funge, quindi, da strato di protezione nei confronti degli agenti esterni, siano essi di natura, chimica, meccanica, termica.

La corona dentale a sua volta si suddivide in corona anatomica e corona clinica; per sintetizzare, la corona anatomica è tutta la parte di dente ricoperta dallo smalto; mentre la corona clinica è la parte di dente che fuoriesce dalla gengiva, ciò significa che di norma poco sotto la gengiva il dente gode ancora della protezione dello smalto.

La radice, viceversa, è praticamente nuda. È ricoperta da un sottile strato di fibre che prendono il nome di cemento radicolare ed è costituita da dentina, sostanza mineralizzata costituita da idrossiapatite, ma in minor percentuale rispetto allo smalto, e da una buona componente organica. La dentina, se la osserviamo a livello microscopico, è cosparsa da migliaia di crateri, detti tubuli dentinali al cui interno scorrono delle minuscole fibre nervose. La dentina inoltre si trova nella corona al di sotto dello smalto.

In condizioni normali la dentina non è esposta all’ambiente orale perché è protetta dallo smalto oppure si trova nella porzione di dente “infissa” nell’osso alveolare e protetta dalla gengiva.

E allora perché i denti a un certo punto diventano sensibili? Presto detto. O lo strato di smalto si è assottigliato, oppure vi sono punti in cui la gengiva, e in alcuni casi l’osso, non coprono più la radice.

Processi cariosi, parafunzioni come il bruxismo, erosioni chimiche o meccaniche dello smalto, spazzolamento aggressivo, possono ridurre o consumare lo strato di smalto, la dentina si troverà esposta all’ambiente orale e così le sue terminazioni nervose. Il dente quindi, risulterà sensibile e si avrà grande fastidio.

Sempre lo spazzolamento aggressivo, gli esiti di una gengivite o di una malattia parodontale, possono provocare delle recessioni gengivali, ossia il livello di attacco della gengiva si troverà in una posizione più apicale, il dente apparirà più allungato. Anche in questo caso la dentina risulterà esposta provocando sensibilità e talora fastidiosi inestetismi.

Cosa fare in questi casi? Nel caso ci fosse solo abrasione dello smalto si può procedere a una semplice otturazione in composito che vada a sostituire la porzione di smalto mancante e nei casi più gravi si può consigliare di ricoprire il dente con una corona artificiale al fine si isolare il più possibile la dentina.

Se invece siamo di fronte a una recessione gengivale la soluzione più auspicabile è trattare questi difetti con le tecniche di chirurgia plastica mucogengivale. Le tecniche sono numerose e variano in base all’entità della recessione e al numero di siti interessati. L’intervento consiste nel riportare il livello dell’attacco gengivale nella posizione originaria.

Le tecniche utilizzate, tuttavia, vengono ancora oggi considerate dai clinici non del tutto predicibili, ossia il risultato non sembrerebbe essere garantito al 100%. In realtà sono molti i fattori da prendere in considerazione. Innanzi tutto, si deve sottolineare il fatto che più piccolo è il difetto trattato maggiore sarà la predicibilità del trattamento, cioè l’intervento su una recessione di 2-3 millimetri avrà maggiori garanzie di risultato di una recessione di 7-8 millimetri. In secondo luogo, un aspetto anamnestico di notevole rilevanza è l’abitudine al fumo del paziente. Una revisione sistematica svolta da Chambrone ha messo in evidenza che i processi di guarigione, il guadagno di attacco clinico e il grado di ricopertura radicolare sono nettamente migliori nei soggetti non fumatori rispetto ai fumatori. Infine c’è da considerare la specifica anatomia del difetto che si va a trattare, la presenza di un biotipo gengivale sottile e difetti ossei della cresta alveolare sono fattori prognostici negativi circa la perfetta riuscita dell’intervento di plastica mucogengivale. Tuttavia, si deve sottolineare come questi ultimi problemi siano oggi brillantemente superati dalle nuove tecniche chirurgiche mini invasive o che prevedono innesti di tessuto e tecniche rigenerative.

Dr. Andrea Isaia

Correlazione tra eruzione dei denti decidui e febbre

“Il bambino ha qualche linea di febbre perché sta mettendo su i primi dentini”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire! Ma sarà vero? È possibile che l’eruzione dei denti decidui possa determinare rialzi febbrili della temperatura corporea dei più piccoli? O si tratta semplicemente di una radicata credenza popolare?

È quanto ha cercato di dimostrare una revisione sistematica pubblicata sull’International Journal of Clinical Pediatric Dentistry, nel settembre del 2017 e riportata, con un articolo di Lara Figini, sulla rivista Odontoiatria33.

La premessa da cui trae spunto la revisione sistematica (lavoro di ricerca e selezione di articoli scientifici inerenti una determinata tematica), è quella che il processo di eruzione dei denti da latte è associato, spesso, a un diffuso malessere del bambino, il quale accusa diversi sintomi tra cui: irritabilità, infiammazione gengivale (che tenta di alleviare masticando ogni sorta di oggetti), scialorrea, sonno agitato, perdita di appetito, diarrea e, appunto, febbre.

Lo studio scientifico ha preso in esami numerosi parametri tra cui la modalità di rilevazione della temperatura e il tipo di termometro utilizzato per la misurazione, giungendo alla fine a risultati contraddittori. Che significa? Significa che a seconda delle modalità di rilevazione e strumenti utilizzati i numeri cambiano e in alcuni casi la differenza tra casi e controlli è risultata statisticamente significativa, mentre in altri no. In particolare la rilevazione transrettale è quella ha fatto emergere una sostanziale differenza e che ha portato a ritenere che esista associazione tra eruzione dei denti da latte e febbre, viceversa con altri tipi di rilevazione, come quella ascellare, l’associazione è stata confutata.

La questione rimane dunque dibattuta. Al momento dal punto di vista scientifico non si hanno dati conclusivi, per cui occorre fare ulteriori studi.

Dal punto di vista pratico oltre a “credere” alla possibile associazione tra febbre ed eruzione dei denti decidui, sarebbe sempre bene, quando il bambino accusa un quadro di malessere generalizzato, escludere in primis la presenza di altre infezioni di tipo virale e soprattutto batteriche.

Igiene orale in gravidanza. Salvaguardare la salute della madre e del nascituro

La gravidanza comporta una serie di modificazioni a livello sistemico, dalle nausee e gli sbalzi di tensione, provocate dai cambiamenti endocrini, al riassetto della componente ematochimica e della funzione cardiovascolare, per non parlare dell’ovvio e manifesto cambiamento dell’aspetto fisico.

Ogni donna in gravidanza è solita rivolgersi al proprio ginecologo di fiducia e al medico di medicina generale i quali dispensano sagge raccomandazioni circa il nuovo stile di vita da adottare per gestire al meglio la gravidanza, suggeriscono quali cibi assumere e quali eliminare, il tipo e la quantità di attività fisica da fare, quali integratori assumere e quali medicinali evitare. Naturalmente, poi, indirizzano la gestante verso i più appropriati controlli e visite specialistiche da effettuare periodicamente.

E il dentista? Noto di frequente che le donne in dolce attesa sono impreparate, e ahimè lo sono anche ginecologi e medici di medicina generale, sull’importanza dei controlli odontoiatrici durante il periodo della gravidanza, anzi mi spingo oltre e credo che proprio durante la gravidanza la visita odontoiatrica sia un momento imprescindibile a garanzia della salute sia della futura mamma, ma anche e soprattutto del nascituro.

Quando pronuncio queste parole, le pazienti mi guardano un po’ perplesse e spiazzate. Nella loro testa frulla un pensiero: “ma cosa c’entrano i miei denti con la salute del mio bambino? Lui/lei sta dentro la pancia e quando nascerà non avrà ancora neppure i denti”

Mi piace ribadire che il cavo orale è un ambiente maledetto, una terra di confine tra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro il nostro organismo. Il nostro corpo all’esterno è ricoperto da una robusta “corazza” che è la cute e che ci protegge dagli agenti esterni (pensiamo a quando abbiamo una ferita e a tutte le precauzioni che adottiamo affinché non si infetti). E in bocca? Il cavo orale è ricoperto da mucosa che offre sicuramente una protezione ma è molto più permeabile, delicata e suscettibile rispetto alla cute; per fortuna nel cavo orale abbiamo anche tutta una serie di sostanze e un controllo omeostatico che ne garantisce l’integrità e la salute. Tuttavia la gravidanza, come abbiamo già visto, comporta una modificazione di molti equilibri, compreso quello del cavo orale.

Gli elevati livelli di estrogeni causano delle modifiche della mucosa orale: aumenta la vascolarizzazione, aumenta il processo di desquamazione cellulare e si verifica un ispessimento soprattutto delle gengive. I normali processi difensivi contro la placca batterica, il tartaro o ad altri fattori irritanti, sono alterati e aumenta il rischio di comparsa di sanguinamento gengivale, edema, parodontopatia, gengivite ed epulidi gravidiche. Inoltre le modifiche nella composizione e nella quantità di saliva, il vomito e il reflusso gastroesofageo, determinano una riduzione del pH, e quindi una maggior suscettibilità ai processi cariosi.

Negli ultimi decenni diversi studi hanno messo in evidenza la possibile correlazione tra infezioni gengivali/parodontali e parto prematuro, ritardo di crescita del feto, aborto spontaneo.

Alla nascita il cavo orale del bambino è sterile, sterilità che purtroppo viene persa nel momento in cui il piccolo mette le mani in bocca, tocca il seno materno o comunque tutto ciò che non è sterile. Tuttavia la maggior parte dei batteri che immette in bocca e che lo accompagneranno per tutta la vita non causano alcuna patologia. Se invece la sua bocca viene colonizzata da batteri “cattivi”, allora potrebbe incorrere in patologie anche serie e debilitanti, da parodontiti aggressive e gengiviti ulceranti, a gravi processi cariosi.

Fin dai primi giorni di vita è bene prendersi cura dell’igiene del cavo orale del nascituro. Si, anche se non ha i denti!! Il modo più semplice è quello di avvolgere il dito in una garza sterile bagnata in soluzione fisiologica e passarla sulle gengive e nei recessi delle mucose geniene (le guance), sotto la lingua, sulla lingua e sul palato del bambino, questo eliminerà i residui di latte dalle mucose e abituerà il bambino all’intervento materno per le manovre di igiene orale.

La fonte più probabile di infezione è la bocca della madre. Se la madre ha problemi gengivali, parodontite, placca e tartaro diffusi ricchi di prodotti sulfurei prodotti dai batteri e responsabili dell’alitosi, con un’altissima probabilità questa madre trasmetterà le medesime problematiche al nascituro.

L’igiene orale pre, peri e post natale è fondamentale per la salvaguardia della salute della madre e soprattutto del nascituro.

La prevenzione, ricordo ancora, è fondamentale. Una manovra semplice come l’ablazione del tartaro previene complicazioni anche molto spiacevoli. Infine, voglio far presente che trascurare un piccolo problema gengivale o sostenere una cattiva igiene orale, può poi rendere necessario un trattamento odontoiatrico più complesso e invasivo che talora può essere controindicato in stato di gravidanza. Il trattamento odontoiatrico infatti può aumentare il rischio di aborto nel primo trimestre o parto prematuro nei mesi successivi di gravidanza. Il rischio aumenta qualora la gravidanza stessa fosse classificata come a rischio. Lo stress, l’ansia da dolore, i farmaci utilizzati possono rappresentare una minaccia per il feto.

Mai come in gravidanza il vecchio saggio …..prevenire è meglio che curare fu più che azzeccato. Il mio invito a tutte le donne che intendono intraprendere una gravidanza o che già lo sono, è quello di fare una visita di controllo presso il proprio dentista di fiducia e di dedicare particolare attenzione all’igiene orale domiciliare.

Bibliografia

Lindhe; Parodontologia clinica e implantologia orale; Edi Ermes, 2016, Milano

Lavarsi I denti, una questione di chimica

Lavarsi i denti quattro, cinque volte al giorno fa male, si possono rovinare, si può “consumare” lo smalto? Questa è la domanda, per niente banale, che spesso i pazienti mi rivolgono, preoccupati che la loro attenta cura all’igiene orale possa essere in qualche modo controproducente. È bene quindi fare alcune precisazioni e spiegare nella maniera più esaustiva e semplice possibile in cosa consiste e cosa comporta “lavarsi i denti”.

Premetto, innanzi tutto, che la detersione delle superfici dentarie e del cavo orale consta sia di una componente chimica, sia di una componente meccanica.

Ma andiamo per ordine.

Lo smalto dei denti è un tessuto molto duro e altamente mineralizzato, costituito da un minerale che prende il nome di idrossiapatite, più duro del tessuto osseo. Nonostante queste ottime proprietà non è affatto indistruttibile, tutt’altro.

I denti, e quindi lo smalto, sono in ogni momento sottoposti a un enorme stress chimico dovuto al “difficile” ambiente presente nel nostro cavo orale. Quando nella nostra bocca si ha un eccesso di acidità, pH inferiore a 5.5, l’idrossiapatite inizia a dissolversi, cioè a demineralizzarsi, e a livello microscopico si formano dei crateri che rappresentano il punto d’ingresso per i batteri.

Ma cosa provoca questa acidità nel nostro cavo orale? L’assunzione di cibi e bevande particolarmente acide rappresenta sicuramente uno dei fattori determinanti; ma è soprattutto l’immissione di zuccheri, che rappresentano il “cibo” preferito dei batteri, a innalzare il livello di acidità. I batteri, nutrendosi degli zuccheri immessi con il cibo, producono a loro volta dei metaboliti acidi che pian piano vanno a dissolvere lo smalto. Fortunatamente questo non è un processo irreversibile, anzi. Ogni volta che ci laviamo i denti o assumiamo sostanze che fanno alzare il pH a valori maggiori di 5.5 il processo si inverte e inizia un processo di rimineralizzazione.

È intuitivo che i nostri denti stanno in un continuo e instabile equilibrio di demineralizzazione e rimineralizzazione. Immaginiamo di avere una bilancia a due piatti. In un piatto abbiamo la demineralizzazione e nell’altro la rimineralizzazione. Se il nostro smalto passa più tempo nel piatto della rimineralizzazione, i nostri denti saranno protetti, forti e sani, viceversa saranno più vulnerabili ai batteri e, quindi, alle carie.

Come si fa a rimineralizzare i denti? Niente di più semplice. Bisogna lavare spesso i denti con spazzolino e dentifricio al fluoro. È infatti il fluoro a fornire quell’insostituibile componente chimica che va a rimpiazzare lo smalto che via via viene demineralizzato. Il fluoro ha un’azione preventiva della demineralizzazione in quanto converte l’idrossiapatite in fluoroapatite che è ancora più resistente dell’idrossiapatite in quanto molto meno solubile dell’idrossiapatite

Dobbiamo eliminare gli zuccheri e le sostanze acide? In linea di massima sarebbe bene limitarne il loro uso a un’assunzione modesta e sporadica, e non solo per la salute dei denti, ma per un benessere generale di tutto l’organismo. Per quanto riguarda il cavo orale e i denti si può consigliare di farne un uso limitato nel tempo. Che cosa significa? Facciamo un semplice esempio. Se io mangio 10 caramelle gommose al giorno, dal punto di vista del cavo orale, e per la famosa bilancia, meglio mangiarle tutte e 10 in una volta piuttosto che mangiarne una ogni due ore. Nel primo caso i miei denti staranno in un ambiente acido per mezz’ora o per il tempo necessario a mangiarle e affinché i fluidi orali riportino il pH a livelli accettabili. Nel secondo caso i miei denti staranno immersi in un ambiente acido per gran parte della giornata, non avrebbero il tempo materiale per smaltire l’acidità che di nuovo arriverebbe un’altra caramella, e quindi altra benzina per i batteri. In questo caso le carie sono assicurate!!

L’altra azione determinante del “lavarsi i denti” è quella meccanica data dallo spazzolamento. La rimozione meccanica di residui di cibo e placca sia dalle superfici dentarie ma anche dalle gengive, dalla lingua, dal palato e dalle guance è fondamentale per assicurare una corretta igiene orale e quindi denti forti e sani. Lo spazzolamento deve essere effettuato con uno spazzolino con setole a durezza media o morbida, con testina abbastanza piccola in maniera che possa raggiungere tutte le superfici dentarie, e la manovra di spazzolamento deve avvenire con movimenti verticali e dalla gengiva verso il dente e con movimenti orizzontali sulle superfici occlusali. Il tempo da dedicare allo spazzolamento non deve essere inferiore ai 3 minuti. Inoltre, per una corretta e completa igiene orale, è necessario anche l’utilizzo del filo interdentale per rimuovere meccanicamente residui di cibo e placca che vanno a depositarsi negli spazi interdentali, dove neppure la più scrupolosa azione dello spazzolino può mai arrivare.

Manovre troppo energiche e una tecnica errata possono portare ad abrasioni dello smalto, a irritazione e retrazione della gengiva. Qualora si avessero difficoltà oggettive a eseguire le corrette manovre è consigliabile l’utilizzo di uno spazzolino elettrico. Inoltre, nel corso delle visite di controllo, non si deve mai avere imbarazzo a chiedere al proprio dentista come ci deve lavare i denti.

Per rispondere alla domanda iniziale, se lavarsi i denti molte volte al giorno possa far male ai denti, la risposta ovviamente e no! A patto che si utilizzino i prodotti appropriati e le tecniche adeguate.

Bibliografia

Rimineralizzazione dello smalto

4 fattori chiave per migliorare la rimozione della placca e prevenire la carie

https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2073_allegato.pdf